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La scorsa settimana il giornale settimanale “La Riviera” riporta un articolo che racconta la storia personale di Enrico e delle idee che hanno portato alla nascita del museo.

Grazie a Ivano Anfosso e a tutta la redazione per lo spazio che hanno voluto dedicarci

A 83 anni apre un museo a Rocchetta Nervina

Enrico Carabalona racconta la sua vita e di come abbia riportato alla luce un’antica conceria del paesino della Val Nervia

Essenziale come la nostra terra ligure che lo ha generato ma vigoroso come gli ulivi che la impreziosiscono e ne danno il sostentamento quale albero prezioso per i propri frutti e la sua energia, ecco come si presenta Enrico Carabalona, classe 1936 di Rocchetta Nervina, piccolo paese della val Nervia.

Molto legato fin dalla nascita a quella Val Barbaira che lui ha riprodotto sotto il portico, all’entrata di casa, perché rappresenta, insieme agli alpeggi limitrofi, i luoghi dove lui soleva, dai quattro agli undici anni, passare l’estate, pascolando mucche e capre sognando una palla con cui giocare ed intagliando con il suo coltellino oggetti, dando così vita alla sua creatività ed immaginazione.

Nelle altre stagioni frequentava regolarmente con profitto le scuole, poi a 11 anni viene inviato a Mondovì in collegio per proseguire gli studi, studi che proseguirà a Roma dove gli verrà conferita la maturità classica a cui seguirà l’iscrizione all’Università. Ma accanto alla sua vita scolastica esiste un altro settore in cui Enrico si è impegnato, dopo una parentesi da insegnante, ed è quello militare, di cui ancora oggi nel suo studio in bella vista è riposto il cappello da Sottotenente degli Alpini, dapprima a Lecce, poi ad Aosta ed infine per 11 mesi a Torino quale vicecomandante CCR del 4° Reggimento Alpini.

Congedatosi non rimane inerte ma si dedica ad un’infinità di lavori precari e differenti (anche negli anni sessanta non era così semplice e veloce trovare un impiego duraturo) fino a quando nel 1966 vince il concorso da vice ispettore di Dogana che gli permetterà una stabile e redditizia occupazione dapprima a Ventimiglia, poi a Fanghetto ed infine a Milano dove si trasferisce con la moglie di origine francese Vidal.

Nel 2002, pensionato, ritorna al suo paese di origine, nella casa in cui sua mamma lo ha dato alla luce tornando dai campi in tutta fretta perché “ormai era giunto il momento di affacciarsi alla vita”. Gli ambienti, non solo abitativi ma anche quelli sottostanti adibiti a stalle, erano ormai in uno stato di abbandono totale. Partendo dalla ristrutturazione, che Enrico effettua personalmente con la propria capacità sia intellettiva che manuale, a poco a poco le stanze diventano abitabili, i muri riprendono la forma di una volta utilizzando le stesse tecniche nel riempire le vie di fuga tra pietra e pietra, con gli stessi materiali che venivano anticamente utilizzati. Enrico ha ricreato, con i macchinari da lui stesso ideati e brevettati, le porte, gli arredi e le finestre, dedicandosi ogni tanto a qualche divagazione come la realizzazione di bifore alle finestre che, se da un lato hanno suscitato sconcerto, dall’altro, proprio per il loro aspetto, hanno saputo ricevere i dovuti complimenti. Poi ha cominciato a restaurare anche gli ambienti vicini ridotti a discariche e di cui si era persa ormai memoria.

Proprio nel recupero di questi luoghi appare la grande apertura mentale e tecnica di Enrico: il suo faticoso lavoro di rivalorizzazione non si limita alla semplice bonifica, ma allo studio di ciò che, come un archeologo esperto, scopre. Si tratta di parziali strutture in rovina, semplici segni lasciati dalla pietra sulla base, sedimenti accumulatisi nei tempi. Riappare quello che è stata la società di un tempo che nessuno, passati i secoli ricordava: una conceria. Come un ingegnere, quale è suo figlio Andrea Carabalona ricostruisce rimanendo fedele alla realtà di un tempo, vasche, locali e macchinari fino a realizzare, studiando i percorsi dei canali che si affacciavano una macina per la sfibratura della canapa il cui moto è generato da una ruota a mulino idraulica orizzontale.

La sua capacità di studiare l’ambiente circostante e comprenderne da pochi indizi la funzionalità fa di lui un novello Leonardo, proprio quel personaggio che fin da piccolo, ammirava per la sua genialità nei vari campi dello studio e delle realizzazioni. Ma Enrico non si limita a riportare alla luce, a ristrutturare ma vuole mettere a disposizione di tutti quella vita che i secoli avevano cancellato e non in forma museale statica, ma viva e funzionante permettendo anche alle nuove generazioni di vedere come scorreva una volta la vita in un paese e quali erano le loro attività: il polo museale “E Dubarìe”, in cui con questo termine nel dialetto antico si soleva indicare un luogo che proprio per le sue attività ne rendeva olfattivamente sgradevole l’approccio. Il museo, realizzato privatamente, è a disposizione del pubblico tutti i sabati, domeniche e festivi dalle 10.00 alle 18.00.

Ivano Anfosso – La Riviera 27/06/2019

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