LA TORRE DELLE DUBARIE

La torre delle dubarìe costituisce un’opera altamente significativa della Rocchetta artigiana per il suo aspetto dominante nella “zona delle fabbriche”. La sua nascita testimonia l’ambizione e le aspirazioni del momento fondate su reali possibilità di affermazione locali e commerciali. Non ebbe lunga vita, ma non per demerito, bensì per le vicende legate alla rivoluzione industriale.

Nata come unica del genere nella zona, la solida costruzione è strutturata sviluppando vie di adduzione e di scarico delle acque, destinando il seminterrato il primo ed il secondo piano alla concia ed alle lavorazioni delle pelli e il terzo piano alle abitazioni delle famiglie dei conciatori. Lo testimoniano le scale interne ed il percorso degli sfiati di esalazioni e vapori che salgono dal seminterrato al secondo piano e fuoriescono attraverso un vespaio a livello del terzo piano.

Il recupero storico ha rimesso rigorosamente in luce le strutture originarie, con l’eliminazione di sovrastrutture posteriori e con l’utilizzo esclusivo di materiali e di procedimenti dei vecchi tempi (calce idraulica dei Pirenei con terra arenaria locale e sabbia o ghiaino di torrente per i muri e le strutture, ciottoli di torrente e legante addizionato di polvere di marmo per il pavimento).

Oggi sono visibili due locali:

  • La CAMERA DELLE VASCHE per le operazioni di PREPARAZIONE ALLA CONCIA e comprende:
    • Il dispositivo di PRESA D’ACQUA e di ADDUZIONE alle vasche ed i vari dispositivi di SCARICO delle acque sporche e dei liquami e di SCARICO di Esalazioni e vapori
    • La VASCA emergente DI RINVERDIMENTO per reidratare le pelli disseccate o salate prima di venir trattate e, in alternativa, DI LAVAGGIO dopo la calcinazione
    • Il CALCINAIO emergente, dove le pelli venivano immerse in acqua e calce per dilatare i pori prima di essere raschiate
  • La CAMERA DI CONCIA con il POZZO di CONCIA, dove le pelli venivano lasciate a lungo e rimestate, nel bagno di acqua e tannino, con dispositivo di SCARICO delle acque esauste

… nel contesto del borgo

La presenza delle concerie a Rocchetta è perfettamente coerente con il contesto naturale e sociale: ricchezza di bestiame, vegetazione boschiva ricca di tannino, abbondanza di acqua, pietre atte ad esser cotte nelle fornaci per produrre calce, vie di comunicazione aperte sulle valli della zona e verso la contea di Nizza di cui Rocchetta faceva parte.

Il cuoio nel mondo contadino era largamente utilizzato per le calzature degli abitanti, per i finimenti delle bestie da soma e da tiro. Tutto fa però pensare che il complesso fosse nato per servire un mercato più vasto, quello delle valli limitrofe ed oltre confine, fornendo prodotti finiti o semilavorati.

Inoltre la torre delle dubarìe si colloca esattamente accanto ai locali che erano adibiti a macello, al termine di un ripido carrugio che dalla via principale, proprio di fronte alla cappella dedicata alla Madonna scende verso il torrente.

Si presume che abbiano cessato di essere attive con la rivoluzione industriale della prima metà dell’800, con la comparsa di metodi più produttivi quali i bottali e la concia al cromo.

Questo non fu un atto sprovveduto da parte dei paesani, ma una capacità di saper leggere i segni dei tempi, riconvertire ed aggiornare quanto fatto per creare un borgo autonomo ed autosufficiente.

La fitta rete dei canali viene destinata interamente all’irrigazione dei campi, prosegue l’allevamento del bestiame da cortile e da macello, e i locali delle concerie sono trasformati in stalle e fienili.

Lo spirito di operosità e di intraprendenza dell’artigiano, l’orgoglio di non dipendere da nessuno ed essere autosufficienti ne esce però profondamente mortificato e deluso dando inizio all’urbanizzazione e all’abbandono del mondo artigiano – rurale, fino ai nostri giorni in cui sembra tramontare anche il sogno della grande fabbrica e della città. A fatica l’uomo sta prendendo coscienza delle gravi conseguenze del suo comportamento insensato contro la natura e contro sé stesso. E sogna il paradiso perduto che non è quello dei tempi passati, né quello dei tempi prossimi a venire, ma unicamente quello presente che sta passando.
In linea con questa presa di coscienza e animato dal mio amore viscerale per la natura e per il mio paese, col mio lavoro ho voluto rievocare il messaggio con cui i nostri antenati avevano saputo trovare la giusta soluzione per una gestione ecosostenibile del vivere civile.

Enrico
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